L’opera di Giuseppe Picci, intitolata “Della letteratura dantesca contemporanea: rivista critica”, rappresenta un prezioso tassello della produzione editoriale milanese di metà Ottocento, impressa con eleganza dai tipi della Tipografia di Giuseppe Redaelli nel 1846. Il volume si presenta non solo come un’analisi accademica, ma come un vivace osservatorio sulla fortuna del Sommo Poeta in un periodo, quello pre-unitario, in cui il culto di Dante assumeva profondi significati patriottici e identitari. Picci vi raccoglie recensioni, commenti e discussioni filologiche, offrendo uno spaccato intellettuale della Milano di quegli anni, allora centro nevralgico della critica letteraria italiana.
L’elemento di maggiore fascino di questa edizione è indubbiamente la tavola litografica che accompagna il testo, una carta geografica stampata dalla litografia Filippini di Brescia, dal titolo evocativo: “I luoghi del Benaco illustrati da Dante”. La piccola e curiosa mappa non è un semplice ornamento estetico, ma costituisce il cuore di una specifica indagine geografico-letteraria contenuta nel volume.
La presenza del Benaco in un’opera di critica dantesca si giustifica attraverso l’esegesi dei celebri versi del Canto XX dell’Inferno. In quel passaggio, Dante descrive con straordinaria precisione topografica il bacino del Garda, citando località come Peschiera, i termini dove i vescovi di Trento, Brescia e Verona potrebbero “segnar l’un l’altro”, e il fiume Mincio. Picci, inserendo questa mappa, intende offrire al lettore una prova tangibile del realismo dantesco: la tavola di Filippini permette di seguire visivamente il percorso delle acque e dei confini descritti nella Commedia, nobilitando il paesaggio gardesano attraverso il filtro della poesia.
Giuseppe Picci (Bormio, 17 novembre 1809 – Brescia, 1881) fu un appassionato studioso di memorie locali, ereditando questa passione dal padre Luigi. Studiò a Brescia e poi matematica a Pavia, ma preferì dedicarsi all’insegnamento delle lettere. Aprì una scuola di latino a Bormio, diventando un rinomato insegnante. A Brescia, fu professore di lettere e poi direttore del Ginnasio, insegnando anche in altri ginnasi lombardi, tra cui quello di Milano.
La sua opera didattica più importante fu la “Guida allo studio delle belle arti e al comporre”, una pubblicazione più volte arricchita fino a diventare una “enciclopedia letteraria”. Picci credeva nell’importanza di unire il vero, il buono e il bello, mirando al perfezionamento morale e civile attraverso le lettere. Fu apprezzato per i suoi studi su Dante, tanto da essere considerato uno dei “dantofili più dotti e chiari d’Italia”. I suoi studi sulla “Selva allegorica”, il “Veltro” e altri luoghi controversi della Divina Commedia gli valsero un posto nella storia degli studiosi danteschi.
Picci si dedicò anche allo studio dei codici della Biblioteca Queriniana di Brescia, distinguendosi per aver dimostrato la superiorità di un codice antico del “Tesoretto” di Brunetto Latini conservato nella biblioteca. Fu socio dell’Ateneo di Brescia e partecipò alla riforma dei suoi statuti nel 1855.









